“Sono un uomo, e niente di ciò che è umano lo giudico a me estraneo.”
(Seneca, Lettere a Lucilio)

Estratto dal saggio “Vite contro vento. La consulenza filosofica individuale” di Nicoletta Poli 

Seneca ci fa riflettere – in veste di consulenti filosofici – sul fatto che chi filosofa si deve occupare della VITA, del nostro ESSERCI come esseri umani nel mondo. Un esserci nel mondo in cui ci sta la vita in tutte le sue sfaccettature: dal dolore alla gioia, dalla finitezza della nostra fisicità alla incommensurabilità della nostra mente, dalle reazioni emotive alla infinita ricchezza del mondo financo alle azioni di tipo educativo nei confronti della società e della stessa psiche dell’individuo. Proprio relativamente a quest’ultima tematica – assolutamente presente in consulenza come lavoro filosofico con il consultante per arrivare ad una comprensione della realtà più completa e coerente – il filosofo consulente può utilizzare esercizi di riflessione, di meditazione, al fine di far recuperare al soggetto una sua significatività consapevolizzata nel mondo, una sua dignità di pensatore e di agente indispensabile alla dinamica complessa di questo terramondo. Il filosofo consulente è come se facesse partorire o, meglio, semplicemente mettere in luce, stimolare nel consultante, una sorta di fame di vita, di sana ebbrezza di vita. Insomma, una “vita quasi incorporea condensata in gocce dai secoli.47”. Come se si ricominciasse ogni giorno, filosofando, a rivivere la propria vita pensandola, rivivendola, proprio come dice R. M. Rilke: “…Riviverla un’altra volta, quella realtà apparsami là sotto; ripeterla un po’ diversa, un po’ trasformata, ma rifacendomi da principio; ascoltarne la conferma dalla mia stessa voce…48”. È un’opportunità – la consulenza filosofica – per rimettersi in gioco e progettare il proprio futuro rifiutando bigottismi di ogni genere, da quello culturale a quello religioso a quello di costume e di stile di vita “normanamente” accettato. Niente perversità culturali, niente ismi, niente omologazione. La filosofia è rivoluzionaria per default, poiché niente è ovvio, niente è cristallizzato in una specie di urna morbosa e difensiva di un pensiero assoluto. Alla base c’è un dialogo dialogante… Qualcosa che, ogni volta, rimette in discussione lo stesso dialogo. Un dialogo che si osserva muoversi, articolarsi, arrivare ad una sorta di meta per poi porsene un’altra e un’altra ancora: “…quanto più mutavo d’abiti, tanto più venivo acquistando la certezza d’essere io. Sentivo crescere, via via, in me sempre più la baldanza; mi slanciavo sempre più in alto, perché la mia agilità nel ripossedermi, era fuor di dubbio…49”.

Nella vita vi sarebbe la possibilità di trasmutare in svariate metamorfosi infinite… Perché mai allora privarsi di questo piacere se ciò potrebbe fare approdare ad un io solido, ad un’intima e profonda padronanza di sé, al rimpossesso di sé? Un esserci nel mondo che rimette in gioco tutte le nostre risorse latenti, spesso sconosciute. Un rivedere, rivisitare la propria vita, il proprio “circolo vizioso”, trovando un’uscita verso l’esterno, verso l’ebbrezza del mondo, fuori dalla caverna di platonica memoria. Alla ricerca di altri co-mi spirituali, aperti ad incontrare genti di altre terre, di altri pianeti. Non sono d’accordo con chi 50 – citando Hei-degger51 invita i propri consultanti ad immaginare tale percorso come un tragitto circolare che non conduce da nessuna parte, ma che indurrebbe altresì ad un “eterno ritorno” sui propri passi, per cui la questione nodale non starebbe nell’uscir fuori dal circolo, bensì nello starvi dentro nella maniera giusta. Sarebbe come dire – tornando a Platone che il fine della consulenza filosofica è quello di rendere al consultante la vita nella caverna più confortevole. Oppure che impari bene a conoscere la caverna in cui vive per potere stare meglio con se stesso. Dunque, dovrebbe forse continuare a convivere con le proprie ombre, con le proprie illusioni?

Di contro, graficamente, il percorso me lo raffiguro così:

Una sorta di percorso circolare in cui staziona l’uomo, che, ad un certo punto, trova un’uscita verso l’esterno (la freccia). Un’uscita dell’uomo dal circolo vizioso, che non necessariamente significa la risoluzione del problema. Un’uscita che prende forma e voce e che induce il consultante a interrogarsi:

“Ma è tutta qui la mia vita?
 Non ci dovrebbe essere qualcosa di più?
 La mia vita non potrebbe essere più ricca, più grande, più profonda di quel che è?52”.

È una voce interiore che si affaccia nel nostro quotidiano e che ci fa intuire l’esistenza possibile di un altro modo di essere. Un richiamo metafisico al nostro sentirci esseri significanti come diceva Frankl? Una voce imperiosa proveniente dall’anima che ci incita a non mentire più? Si mente, a volte, per proteggersi. Ma il gioco diventa crudele. È come attraversare il deserto con un uomo ferito sulle spalle che forse non avrà futuro. L’uomo ferito siamo noi stessi. Noi che ci priviamo del mare aperto, del vento sulla schiuma dell’onda. Noi che viviamo nella polvere, in mezzo a piante assetate di respiro, tra gli insetti sotterrati nel mare, tra la voglia di ombra. La voglia di non vedere. La bugia della vita. Quell’uscita è il mare aperto, un nuovo modo di vedere il mondo e noi stessi nel mondo. Illuminante a tal proposito è Lahav 53:

“Ci si potrebbe chiedere perché le persone dovrebbero cercare la consulenza filosofica se non per risolvere i problemi specifici. Penso che la risposta sia che ovunque le persone cercano di migliorarsi, di vivere una vita più profonda, più ricca, migliore, più significativa (…). Non lo fanno per risolvere qualche problema particolare, ma per un bisogno di nuovi orizzonti di senso e di saggezza. (…) È qui che s’inserisce la consulenza filosofica”.

Talvolta, quando una persona chiede della consulenza filosofica e inizia il percorso non sa dove andrà, è spinto dal disagio, dalla paura di non uscire più dal suo circolo vizioso… Spesso va da un consulente filosofico perché si sente come il nulla, un nulla fitto e inesistente, come una rivoltella nella gola. La sfida è migliorare la propria persona fino a sostituire quella rivoltella puntata metaforicamente nella gola con uno scopo nella vita. Con una missione nella gola. Una missione che possa liberare la persona da pertugi angusti e oscuri per realizzare una vita più piena. Come in-segnavano gli stoici e Marco Aurelio, in particolare, che sognava una vita in accordo con il logos cosmico. Per fare ciò bisogna meditare, riflettere, forgiare una sorta di cittadella interiore che non viene scalfita dalle tempeste della vita. Non sono le cose che turbano l’anima, ma è piuttosto l’anima stessa che introduce nelle cose stesse le proprie inquietudini e i propri turbamenti. Non sono le cose che modificano l’anima, ma l’anima stessa che, se vuole, può modificare le cose stesse, il loro valore: “Se ti addolori per una cosa esterna, non è questa cosa a turbarti, ma il tuo giudizio sulla cosa” (VIII 47)54”. Come nei Pensieri di Marco Aurelio, ove c’è un preciso nesso strutturale, una chiave sistematica consistente in alcune regole di vita relative a tre tematiche particolari, così, in consulenza filosofica, i punti nodali della vita su cui riflettere sono: il rapporto tra l’individuo ed il proprio pensiero, il rapporto dell’uomo con il divenire del mondo e la natura, il rapporto tra l’individuo e gli altri uomini. Sono tematiche alte, ma alto deve essere – a mio modesto parere – l’obiettivo di un filosofo consulente, che, pur prestandosi, talvolta, a vagare per territori semplici o – al contrario – perigliosi e complessi, deve avere sempre presente una sola e unica cosa: la filosofia. E legato al monito: “…Mantieniti semplice, buono, puro, serio, senza orpelli, amico del giusto, pio, benevolo, affettuoso, tenace nel compiere il tuo dovere. Lotta per rimanere tale quale la filosofia ha voluto renderti (Marco Aurelio, “I Pen-sieri”, VI 30,1-3).”

47 R. Maria Rilke, “I quaderni di Laurids Brigge”, trad.it. di F. Ramondino, prima edizione TEA, Milano, 1988, p.76.
48Ibidem, p.87.
49Ibidem, p.96.
50 AA.VV., Filosofia praticata, op.cit., p.87.
51 Martin Heidegger, Sein und Zeit, Max Niemeyer Verlag, Tubingen, 1927; trad. it. Essere e tempo, Longanesi, Milano,1990, p.194: “Se si vede in questo circolo un circolo vizioso e se si mira ad evitarlo o semplicemente lo si sente come un’irrimediabile imperfezione, si fraintende la comprensione da capo a fondo…”.
52 Ran Lahav, Oltre la filosofia. Alla ricerca della saggezza, Apogeo, Milano, 2010, p. 9.
53 Ran Lahav, Comprendere la vita, op. cit. pp. 156-157.
54 Pierre Hadot, La cittadelle interieure. Introduction aux Pensèes de Marc Aurèl, 1992; trad. It. La cittadella interiore. Introduzione ai “Pensieri” di Marco Aurelio. Presentazione di Giovanni Reale, V&P, 1996, p.X

 

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