La nascita della meraviglia contro la noia:

la filosofia

 

“La filosofia non è un’arte che serve
a far mostra di sé di fronte alla gente:
non consiste nelle parole, ma nei fatti …
forma e plasma l’animo, dà ordine alla vita,
dirige le azioni …
siede al timone e regola la rotta
attraverso i pericoli di un mare in tempesta.”

Seneca, Lettere a Lucilio

di Nicoletta Poli

Questa frase di Seneca mette fortemente in risalto come la filosofia non possa essere centrata solo sulla trasmissione dei contenuti storici. Sono convinta che la filosofia nasca dall’esigenza dell’uomo di rispondere alle domande fondamentali della vita, riconoscendosi, come dice Aristotele, attività teoretica “nata dal dolore e dalla meraviglia”. Riprendendo uno spunto di Platone, Aristotele sostiene che gli uomi­ni sono spinti a filosofare dalla “meraviglia” (tháuma), che essi provano quando, di fronte agli accadimenti del mondo, ne ignorano le “cause”. Cercano, quindi, la filosofia perché vogliono conoscere: chi dubita e/o si meraviglia riconosce di non sapere. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercano il conoscere al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. La filosofia, dunque, non è ricerca volta al conseguimento di qualche vantaggio che sia estraneo ad essa. Dunque, come diciamo che uomo libero è colui che non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: solo la filosofia è fine a se stessa[1].

Tuttavia la parola greca tháuma, che traduciamo con “meraviglia”, ha un significato molto più intenso, poiché indica anche lo stupore attonito di fronte a ciò che è strano, imprevedibile, orrendo, mostruoso. Se, infatti, non si conoscono le “cause” di ciò che acca­de, allora l’accadimento delle cose é inquietante e diventa la fonte di ogni terrore e di ogni angoscia. E anche di ogni dolore, perché la sofferenza è insopportabile quando non è spiegabile.

Affermando che la filosofia nasce dalla meraviglia, Aristotele intende forse dire che la filosofia nasce dal terrore provocato dall’imprevedibilità del divenire della vita?

La tragedia greca viene alla luce proprio all’interno del senso inaudito del divenire, evo­cato sin dagli inizi dal pensiero filosofico. Conoscendo le “cause” del divenire, la filosofia rende prevedibile l’imprevedibile, lo inserisce nella spiegazione stabile del senso del mondo, e quindi appronta il rimedio contro il terrore della vita[2]. Così come anche la scienza e la tecnica, che si mostrano capaci di regolare e guidare il corso del mondo in forme e modi che stanno sotto gli occhi di tutti. Due rimedi contro l’inquietudine, due modalità epistemologiche differenti. Mentre nel Seicento e ancora nel Settecento erano presenti figure di filosofi che erano anche scienziati (valgano per tutti Cartesio e Pascal), nell’Ottocento le diverse forme del sapere scientifico diventano sempre più indipendenti dal sapere filosofico tradizionale e si specializzano nell’uso di linguaggi, metodi e strumenti che sempre più si distanziano dal concettualizzare filosofico. Crescono sempre più gruppi sociali, che non vedono nella filosofia la capacità di risolvere i problemi specifici che, di volta in volta, si stagliano sullo sfondo del terrore della vita.

Ma torniamo ad Aristotele. Dolore e meraviglia sono le esperienze sulle quali la filosofia, esercitando il pensiero, costruisce la conoscenza, senza altro scopo che conoscere. Ciò in un panorama algido e inospitale: l’uomo si troverebbe esposto all’asso­luta sorpresa del niente, di un divenire che risucchia il senso degli eventi e che, dunque, si perdono, si annullano nel siderale universo e si sottraggono in modo radicale ad ogni anticipazione e previsione. La filosofia, in tale ottica, sarebbe tesa verso una direzione di primo acchito contraddittoria: epistéme[3], verità incontrovertibile che inten­de svelare il senso e l’origine del divenire e al contempo lucida analisi dell’imprevedibilità estrema del divenire, dell’estrema im­possibilità di anticipare, in una legge immutabile, il divenire del mondo.

Certo è che, nel momento in cui ci si interroga, in quel preciso istante nasce la filosofia. E nella tempesta e nel terrore, in un divenire temibile perché incomprensibile, la filosofia si pone come una ragionevole – anche se non sempre completamente esaustivo – risposta alle domande dell’uomo. Raffiguriamoci la terra nell’Universo, entro l’oscura immensità dello spazio. Al suo confronto, essa è come un minuscolo granello di sabbia sulla cui superficie vive un ammasso caotico, confuso e strisciante di animali che si pretendono razionali e che hanno, per un istante, inventato la conoscenza (cfr. Nietzsche, Sulla verità la menzogna in senso extramorale, 1873, pubblicato postumo). Ma non importa, bisogna conoscere, domandare. Anzi, è proprio in questa infinita piccolezza che si inizia a trovare la via per accrescere le proprie conoscenze.

La filosofia risponde alle domande dell’uomo. Filosofia è dialogo. E il dialogo non è un gioco, è una cosa seria. Il dialogo, come dire, “sbroglia delle matasse”, non è solo distruttivo, arriva ad una sorta di “verità provvisoria”, come ben ci insegna Socrate. E’ la domanda -ma non un qualsiasi domandare- che permette di rispondere ed è all’origine della filosofia. Sostiene Heidegger: ”…fondamentale non è il conoscere, ma il domandare, trovare la domanda autentica, la domanda legittima[4]”.

E quanti soggetti andavano da Socrate e domandavano, cercavano un rimedio alla loro inquietudine? L’idea che la filosofia possa essere d’aiuto nei problemi dell’ esistenza non è certo nuova. L’ideale ellenistico del filosofo era quello di medico compassionevole la cui arte era in grado di curare numerosi tipi di sofferenza umana. Epicuro esprime un sentimento comune a tutte le scuole dell’antichità greco-latina, quando afferma che la filosofia è “terapia delle passioni”. La filosofia, nata nel VII secolo secolo a.C., non solo come conoscenza ma come pratica di vita, nel mondo antico era vista come lo strumento per comprendere le ragioni del mondo e dell’essere al mondo. Tali erano molte le scuole pre-socratiche, tale era soprattutto Socrate. In seguito, la filosofia si disinteressò della vita, diventando soprattutto conoscenza teorica.

Mentre la filosofia intesa come ciò che..”forma e plasma l’animo, dà ordine alla vita, dirige le azioni, siede al timone e regola la rotta attraverso i pericoli di un mare in tempesta” offre conforto, rimedio all’uomo davanti al nulla e all’orrore del mondo, concentrandosi sulla propria vita per governarla meglio. E ciò non esclude la conoscenza del mondo, ma, per così dire, solleva l’uomo dalla pesantezza delle verità incontrovertibili. Dall’incommensurabile ed irraggiungibile perfezione della sua vita. Come dire, con Lahav: “Una migliore comprensione della tua visione del mondo, cioè del modo in cui concepisci te stesso e il tuo ambiente, ti aprirà probabilmente nuovi modi di relazionarti a te stesso e al tuo mondo”[5]. Una comprensione relativa al senso della vita e della morte, alla paura di soffrire, all’inestirpabile voglia di sperare, di comunicare, ma anche di guardarsi indietro, dicendo che la nostra vita è consapevolmente dignitosa e che, dunque, la morte non può che inchinarvisi per celebrarla[6]: ”Lo vedi/la vita è questa/l’originaria tenzone fra la terra e il cielo/il seme e il vecchio/e tu testardo sali verso lo stellato sogno/e implori che non ti sia tolto nulla/di quanto già non ti sia stato tolto/chè tonda è la vita/immacolata e lorda è la vita/cosa pagheresti per versare lacrime senza sentir dolore/e adagiarti sulle primavere di sole/col tempo che non passa/che dice/eccoti/ora ritorna il languore/il bianco amore che solo potrebbe/niente è perduto/puoi ancora avere un figlio/ sparger di dorati semi il cosmo/fischiar nell’erba/mangiar bistecche all’infinito/imporporare di pii gerani le tue mani/ma non vedi quanto tutto questo è poco/puoi solo girare nell’universo/e inventare tante parole/macigni di parole/parole come pietre/pietre come parole di alberi/alberi come mattoni di piogge/piogge come pietre di mattoni fatti di alberi/e a rincorrer tutto ti perdi/chè tutto s’insassa nel tondo/chè le primavere non arrestano il corso/quelle lunghissime ore a confidar nella morte/quella morte che sola/d’un tratto/restituisce intera la vita/e irrepetibile   unica/t’innalza nel marmo”.

E allora perché non iniziare da qui, cari giovani? Farsi delle domande? Pensare filosoficamente?

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[1] Aristotele, Metafisica I,2,982b

[2] Nella storia della civiltà occidentale, la filosofia, proprio in quanto contempla­zione pura e disinteressata delle “cause” del divenire, è stata il primo formidabile strumento con il quale l’uomo dell’Occidente ha proceduto a soddisfare il proprio fondamentale interesse: la li­berazione dal terrore della vita. Al culmine della storia dell’Occi­dente, l’altro grande strumento — l’altro grande rimedio contro il terrore — è diventata l’organizzazione scientifico-tecnologica dell’espe­rienza.

[3] Epistème (dal Greco επιστήμη: epi- “su” e histamai “stare”, “porre”, “stabilire”) è un termine che indica la conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti del divenire, ovvero quel sapere che si stabilisce su fondamenta certe. Il termine episteme viene spesso tradotto semplicemente come “scienza” o “conoscenza” ed in epoca moderna con il termine epistemologia viene inteso lo studio storico e metodologico della scienza sperimentale e delle sue correnti. L’epistème per Platone rappresenta la forma più certa di conoscenza, che assicura un sapere vero e universale. Questo può essere ottenuto in due modi: tramite ragionamento (diànoia) o intuizione (noesis), che sono a ogni modo complementari tra loro. Come in Platone, anche per Aristotele l’epistème rappresenta la forma di conoscenza più certa e più vera, contrapposta all’opinione. Pure Aristotele distinse due percorsi conoscitivi: al livello più alto c’è l’intuizione intellettuale, capace di “astrarre” l’universale dalle realtà empiriche, che si ha quando l’intelletto umano, non limitandosi a recepire passivamente le impressioni sensoriali dagli oggetti, svolge un ruolo attivo che gli consente di andare oltre le loro particolarità transitorie e di coglierne l’essenza in atto. Il secondo procedimento è quello della logica formale, di cui Aristotele è stato il primo teorizzatore in Occidente, e da lui enunciata nella forma deduttiva del sillogismo.

[4] Heidegger, riprendendo la frase di Leibniz, considera “la prima di tutte le domande” la seguente: “Perché vi è in generale l’essente e non il nulla?” , definendola la domanda più vasta, più profonda e più originale. M. Heidegger, Introduzione alla metafisica, Mursia, Milano, 1990, pagg. 13-16.

[5] Lahav, Ran, Comprendere la vita. Milano, Apogeo, 2004, pp.20-21

[6] Nicoletta Poli, Inediti.

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